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venerdì 30 maggio 2014

Il Capitano, e quella maledetta pistola...


"Ago cammina piano lentamente, chissà quel che che gli passa per la testa, tiene il pallone stretto fra le mani, ed è fiero di essere romano! Ago cammina piano, con quel pallone stretto tra le mani, già sente l'urlo della gente che grida il suo nome: "Oh Agostino, Ago-Ago-Ago-Agostinogol !!"  Udito il canto sorride appena, sai quante volte ha assistito a questa scena, poi posa il pallone sul dischetto. Parte quel fischio,  non guarda il portiere, e tira una cannonata, la palla schizza e non l'ha vista nessuno!"

Sono passati già vent'anni e il ricordo di Agostino Di Bartolomei, indimenticato capitano giallorosso, è ancora nitido, forte. Come se non fosse passato tutto questo tempo, come se non fosse mai accaduto quello che ce lo portò via improvvisamente, drammaticamente.

Forse Agostino faceva parte di un calcio e di una Roma resi immortali dalle gesta calcistiche ma anche da una profonda umanità, quella che oggi manca. Perché Ago era il degno capitano di una squadra fatta di uomini veri guidata dal grande Nils Liedholm. Agostino lo potevi chiamare la sera a casa, alla Garbatella. Non c’erano ancora i cellulari e lui rispondeva a tutti i giornalisti con cortesia e disponibilità. Si parlava di pallone e di quel che gli girava intorno. Un rapporto tra professionisti regolato dalla fiducia reciproca e dal buon senso. Agostino si faceva dare il pallone da Tancredi al limite della sua area. Cinquanta metri più in su Bruno Conti fintava di venire incontro e poi scattava sul centro sinistra sicuro del fatto suo. Sicuro che Ago con un lancio millimetrico di 50 metri veri, gli avrebbe depositato il pallone sul suo sinistro. Gol al volo di Bruno: ne ha fatti almeno quattro o cinque così, grazie all’incredibile lancio del capitano. 

Ma quel 30 maggio 1994 ce lo portò via in modo drammatico a San Marco (frazione di Castellabate), dove viveva, con quella maledetta pistola Smith & Wesson calibro 38 a cui fece partire un colpo sul proprio petto. Erano trascorsi dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni 1983-1984 persa dalla Roma contro il Liverpool dove Agostino fallì quel maledetto calcio di rigore.

La fine di un uomo disperato, si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato. Ma i dubbi del suicidio divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto, da ricollegarsi probabilmente alle porte chiuse che il calcio serrava di fronte a lui: «mi sento chiuso in un buco», scrisse.

Oggi a vent'anni da quel tragico giorno il ricordo di Agostino è sempre forte nei cuori di tutti, tifosi e appassionati compresi, che non dimenticheranno mai il loro capitano.

Ciao Ago. Ciao Capitano...




Francesco Puleio

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